Aggressività e legittima difesa morale
Aug 17th, 2011 | By Alfredo | Category: filosofiaNon solo gli uomini hanno rapporti con l’aggressività. Ma qui si parla di maschi, lasciamo le questioni dell’altro emisfero a zone più rosee. Molti uomini, se non tutti prima o poi, devono fare i conti con l’aggressività. Quei momenti, rari o meno, in cui la rabbia esplode dentro, come un pallone dal fondo del mare, portando in superficie l’onda di emozioni e aggressività che risiede nel profondo dell’animo. Un pugno, un calcio, un colpo di clava. Un’offesa, una cattiveria sottile, un grido potente. Questi i prodotti. Il responsabile è l’aggressività che è esplosa, in un modo o nell’altro, e si è manifestata. Sono nell’acqua a 150 metri dalla riva del mare, e tengo nelle mani vari oggetti trovati sul fondo. Un pezzo di legno, un dado da gioco, una palla da rugby. Le onde più grosse mi scuotono e mi sovrastano. Uno dopo l’altro mi sfuggono di mano questi oggetti che arrivano tutti quanti a riva, in tempi differenti. Chi li ha portati a riva è l’onda io mi sono solo lasciato travolgere e mi sono sfuggiti. Così l’uomo lascia che alcuni pezzi di se vengano trasportati dal momento di rabbia, e questa li porta all’esterno. L’onda che trasporta questi pezzi di noi però è un propulsore, l’oggetto che noi abbiamo lasciato cadere arriva sparato come un proiettile verso chi è di fronte a noi . Io posso regalare una pallina da golf a un mio amico e donarla in un pacchetto ben confezionato, la stessa pallina la posso consegnare sparata da un mini cannone puntato alla sua tempia. Il risultato sarà differente.
Queste le basi iniziali della questione aggressività. In primo luogo è sempre nostra responsabilità quando non siamo in grado di restare conformi alla nostra natura nel momento di rabbia. Nel caso in cui la nostra natura sia aggressiva è ancora peggio, in quanto non abbiamo fatto il necessario per raffinare il nostro essere rivolgendoci alla nostra parte migliore piuttosto che restare schiavi delle pulsioni animali. Come ogni vizio, come ogni cosa che vinca sulla volontà dell’uomo, anche l’aggressività va combattuta e trattata come ogni altra dipendenza. Per chi lavora su se stesso e impiega le sue energie mentali e spirituali nella lotta contro la rabbia non c’è il problema del senso di colpa. Il fare elimina ogni errore. L’uomo non scrive a matita la sua vita, ogni tratto resta li come storia e come insegnamento per le lezioni future. Facendo si sbaglia e fino a che un uomo si impegna a migliorare e non si adagia ai suoi successi non ha motivo di darsi colpe. Il senso di colpa è solo un modo per perdere tempo a crogiolarsi in qualcosa, un’ottima scusa per non fare, per non continuare a combattere ma sentirsi però di fare qualcosa. Se ti senti in colpa, fai, perché il fare cancella tutto. In caso contrario bisognerebbe giustamente sentirsi in colpa per il “sentirsi in colpa”. In quanto ogni pensiero, energia, istante, emozione persa nel sentirsi in colpa è benzina buttata.
L’aggressività quindi prende qualcosa di noi e la scaglia fuori, l’espressione esterna è irrilevante ai fini delle intenzioni. “Non potrei mai fare del male a lei o a loro”. Non è vero, semplicemente. Perché il dolore che si causa con una frase, o il trauma che si causa con un grido a pieni polmoni non lo possiamo quantificare. Possiamo però sapere che è un danno, che è partito da noi ed è arrivato al destinatario. Qualcuno si potrà, e molti a ragione, sentire sicuro che mai alzerebbe le mani su una certa persona. Ma si fanno danni, si procura dolore, si ferisce un essere umano anche in altri modi. Io posso dire “Non potrei mai lanciare una bomba atomica che distrugga l’intera razza umana” e forse nel dirlo potrei anche esserne sicuro. Questo non fa di me una persona stupenda, non giustifica tutti gli altri livelli di danni che sono in grado di fare e che compio ogni giorno. Chi farà di me una persona migliore se non io stesso? Il fisico non lo costruisce la palestra ma l’azione sulla palestra, gli sforzi, le intenzioni. Se io quindi so di fare dei danni al prossimo so di fare del male al prossimo e ho il dovere, verso me stesso, di lavorare per fare in modo che io possa essere fiero di me, che io possa fare di me una persona migliore. Perché credetemi, non lo farà nessun altro.
L’aggressività quando vince l’autocontrollo di noi stessi è nostra responsabilità, quello che accade è una manifestazione di un nostro momento di perdita di controllo. I danni sono al di la del nostro controllo, in quanto non possiamo mai quantificare il male e il danno che procuriamo al prossimo quando qualcos’altro prende il controllo di noi al nostro posto. Lavorare su questa cosa è l’unico modo per poter ristabilire il dominio su se stessi, il controllo delle proprie azioni e parole (azioni e parole di cui siamo responsabili), il senso di colpa su quanto fatto è inutile e solo una delle tante scuse per non continuare a lavorare, uno dei mille modi di autopunizione senza alcun frutto che rende ancora più stagnante il problema senza migliorarlo in alcun modo. Quando si fa qualcosa che era nelle nostre intenzioni e progetti e si lavora per ottenere uno scopo si può fallire, ma si è dato il meglio e nelle migliori intenzioni e nulla di meglio poteva essere fatto. Quando si fa qualcosa perché qualcosa “è stato più forte di te” in quel momento hai fatto la conoscenza con un tuo nemico, che a tuo dire è “più forte di te”. E’ giunto quindi il momento di allenarti per batterlo, per fare in modo che tu possa essere più forte di lui.
Ma quale scintilla scatena l’onda di aggressività? Verso chi si rivolge? L’aggressività è un impulso dovuto ad una ferita. Strano a dirsi guardando tutta quella rabbia travolgente e quella furia. Ma l’onda che arriva a riva è il frutto di acqua che prima è andata verso il largo. Siamo milioni di tipi diversi di individui, ognuno con i suoi tempi di reazione. Ci sono persone che tengono la ferita dentro si se per ore, giorni, mesi, anni. Per poi scaricarla a caso, o su qualcuno su cui possa vincere, o perdere. Ci sono persone che hanno ferite dall’infanzia e saltuariamente esplodono, catalizzate da eventi particolari anche privi di connessione razionale con il trauma. Altri appena ricevono la ferita immediatamente scattano, altri ancora non scattano all’esterno ma lasciano che l’eruzione di lava aggressiva imploda dentro, devastando ancora loro stessi più di quanto avrebbero fatto al prossimo. Sentono quindi verso quel prossimo del rancore, come se fosse stata colpa di chi l’ha ferito. Secondo il loro subconscio la frase di quella tale persona li ha feriti, quindi hanno provato rabbia, questa rabbia ha fatto immensi danni quindi è colpa della tale persona che li ha feriti se sono devastati interiormente, e da quel momento parte la rabbia di nuovo in sordina, moltiplicata per 100. L’aggressività ha varie forme: quella esplosiva, quella più lenta, quella addirittura corrosiva che può covare anni, germogliare all’interno come un universo di batteri che prendono vita propria in una forma alienante di odio. E molte ancora.
La ferita quindi provoca un dolore, questo dolore provoca una reazione che non controllata prende qualche cosa di noi che proietta all’esterno in una forma di cui non abbiamo controllo, provocando danni a chi ha causato la nostra ferita o a chi è presente al momento dell’esplosione o a chi è più adeguato, secondo il nostro subconscio, a riportare l’ordine interno e lenire la ferita. Portiamo ora il tutto su un piano più semplice. Perché le cose grandi vanno sempre analizzate prima nelle piccole parti e poi riassunte. Facciamo un esempio, io cammino per strada e incontro un mio caro amico, parliamo e ad un certo punto mi tira un pugno, riesce a colpirmi e mi spacca il naso. Quale reazione dovrei avere? Non risponderò adesso a questo quesito, ognuno provi a dare la sua risposta. Un altro esempio, torno a casa, voglio salutare mia moglie con un bacio e quando inizio a protendermi mi arriva un pugno sul naso, mi colpisce e mi rompe il naso. Come dovrei reagire in questo caso? Altro esempio, incontro un bambino per strada, un bambino piccolo, meno di 10 anni, mi incrocia e senza dire una parola salta su una panchina mentre guardo altrove, mi tira un pugno sul naso, mi colpisce e mi rompe il naso. Come dovrei reagire? Ultimo caso, sono a casa dei genitori della mia fidanzata e con lei siamo appartati in camera sua, siamo tutti e due minorenni, il padre irrompe all’improvviso, mi da un pugno sul naso, mi colpisce e me lo rompe. Qui come dovrei reagire? Ognuno dentro di se avrà la sua risposta, ma in tutti questi casi la risposta è una sola e deve essere la stessa se riproponessi tutti i casi con il lieto fine. Ovvero, il soggetto fa il gesto di colpirmi ed io schivo il pugno. Vuole tirarmi un pugno ma non ci riesce. Come potrei infatti basare la mia reazione sugli effetti? Essere uomini richiede un po’ di più di così. Se sono bravo a schivare ti perdono e se invece sono lento e mi colpisci ti restituisco il pugno? O Se sono veloce e paro il colpo si discute, anche per ore, se invece sono distratto e mi colpisci ti rendo 10 volte, 100 volte il danno subito? Se mi colpisci ma non mi fai niente ci rido sopra, se invece vado in terra e mi sporco il vestito faccio un bagno di sangue? Se ho ragione sei morto, se ho torto colpiscimi fino a che non ti stanchi? Quando si vive si raccolgono i frutti di quanto si è seminato pensando e lavorando su se stessi. Ma quando si lavora sulle idee e sui concetti bisogna essere onesti e giusti.
La legge dei rapporti umani ha una sua concezione morale di legittima difesa, se tu mi ferisci a parole io sono legittimato moralmente a renderti il torto. Anche se il tentativo di farlo vene messo in atto io sono legittimato a rendere pan per focaccia. Questo non vuole dire che sia elegante, giusto, morale, etico e soprattutto non vuole dire che sia la cosa migliore che possiamo fare. Prima di agire, soprattutto in preda alla rabbia (quindi senza poter essere padroni del danno che procureremo), bisogna capire. Se qualcuno prova a colpirmi, sia che riesca che non riesca io mi metto in guardia, questo per evitare il secondo o terzo colpo. Chi fa arti marziali sa che il vero maestro è in grado di immobilizzare un avversario e renderlo inoffensivo senza procuragli danno. Pratichiamo quindi le arti marziali dello spirito per far si che gli attacchi del prossimo siano per noi facili da parare e schivare, per poterci mettere in guardia e schivare i colpi successivi e darci così il tempo per capire. Chi voleva ferirci? Una persona a cui vogliamo molto bene o che amiamo ci può ferire molto profondamente, perché siamo naturalmente con la guardia abbassata. Ma più amiamo questa persona, più le vogliamo bene, più dobbiamo fermarci, guardia alta, respiro e tenere il controllo e pensare. Perché? Cosa è successo? Come mai mi ha attaccato. Soprattutto quando non se ne vede motivo, quando sembra un gesto folle e privo di raziocinio. Fermarsi, tenere il controllo di se stessi e cercare di capire. Una delle bestie più feroci che abbiamo in Italia è il cinghiale, ed è al suo massimo della pericolosità e ferocia quando è ferito. Quando sappiamo che l’aggressività è l’onda che trasporta quanto si è staccato involontariamente dall’altra parte, qualcosa che è dell’altra persona ma arriva distorto, gonfiato a volte tanto da essere tutt’altra cosa. Comprendendo quando ci troviamo dall’altra parte, travolti dalla rabbia altrui, chiediamoci cosa l’ha ferito, cosa ha fatto si che quella persona si comporti in quel modo aggressivo. Se mio figlio a 7 anni in preda a un momento di rabbia provasse a tirarmi un pugno forse io lo colpirei a sangue? Farei quello che va fatto, guardia alta, perché il naso è solo uno ed è sempre delicato, e poi cercherei di capire cosa lo ha ferito, e più la reazione è senza senso, più è folle e più tenete alla persona che vi sta attaccando più dovete pensare. “Cosa l’ha ferito?��. Se mio figlio, ferito dalla stessa cosa che lo ha portato a colpirmi avesse reagito in modo diverso? Mettiamo che io abbia due gemelli, per la stessa ferita uno prova a picchiarmi e l’altro viene ad abbracciarmi in lacrime, aprendosi e parlandone con me. Posso forse aiutare uno e punire l’altro? Io credo che dovremmo tutti quanti cercare di fare sempre la cosa più giusta. Ci si riesce sempre? No. Ma ci si deve ragionare, pensare, e lavorando con le idee e i pensieri fare esercizio, questa è l’arte marziale dello spirito. Chi si iscrive ad un corso di arti marziali, non può andare per strada dopo un mese e pretendere di vincere uno scontro contro una gang di periferia. Chi pratica da un mese l’arte dello spirito non può pensare di agire dopo un mese secondo quello che è giusto e meglio. Ma soprattutto, chi fa arti marziali non guarda solo gli altri che si esercitano, pratica in prima persona. Ci prova, si esercita e si corregge. La perfezione non è di questo mondo, quindi ogni azione è in qualche misura non perfetta quindi sbagliata rispetto alle possibilità assolute. Riconoscere gli errori e gli trasforma l’errore in un nuovo gradino della scala del miglioramento. Quel gradino resta li, bisogna metterci su il piede e fare la giusta fatica per superarlo, ma grazie agli errori si può salire e migliorare. Chi crede di sapere tutto e di fare tutto giusto non si muove di un passo, resterà nel suo brodo per sempre. Siamo umani, sbagliamo e quel che sappiamo è nulla in confronto ad ogni vero sapere. L’importante è pensare, fare, pensare, fare, controllare, fare meglio, fare sempre meglio, perché non essendo possibile la perfezione, il meglio, non sarà mai abbastanza, ma fino a che si prova non sarà mai troppo poco. Quando l’aggressività sta per prendere il sopravvento e state per ferire qualcuno, pensate che lo state facendo perché quella parte ferita di voi stessi è più forte di voi, mentre accade potete sempre vincere e lasciare che quella parte inizi a perdere, contro se stessi non potete permettervi di essere deboli, se non siete più forti di voi non potrete vincere la vostra battaglia. Quando qualcuno vi ferisce alzate la guardia, respirate e prendete il controllo su voi stessi, più siete in equilibrio con voi stessi, più facile sarà evitare di essere feriti, più la vostra volontà e forte più facile sarà tenere sotto controllo quelle ferite subite, grandi o lievi. Guardia alzata e cercate di capire cosa ha ferito l’altra persona, potrebbe essere qualsiasi cosa, quella persona potrebbe arrivare da voi in lacrime e parlarvi del problema che l’ha ferita invece sta reagendo in quel modo. Avete due gemelli, con due caratteri differenti, bisogna trattarli in modo differente ma raggiungere lo stesso risultato, o meglio “provarci”. Fino a che non smettete di provare non lasciate che un solo istante si riempia di sensi di colpa, usate quel momento per qualsiasi cosa, ma non buttatelo mai via. Il senso di colpa ferisce voi stessi, quelle ferite, fino a che non vincerete voi stessi, le dovrà pagare qualcuno. Siamo le case che noi stessi costruiamo, nessuno lo farà per noi, noi dovremo abitare noi stessi per tutta la vita, rendiamo il nostro cosmo uno spazio migliore, per noi stessi e per quelli che condividono la vita con noi. Se a gennaio una finestra della mia casa si rompe non perdo tempo a sentirmi in colpa se l’ho rotta io, non perdo tempo a dare la colpa a qualcun altro se è lui ad averla rotta, non incolpo il destino se si è rotta per un lampo. La cambio con una più robusta. Prima che i processi di colpa siano svolti mi prenderei una polmonite, una volta al caldo potrò ragionare con calma e comprendere come è successo e come fare perché accada di nuovo, di chiunque sia la colpa. Abitiamo noi stessi per tutta la vita, ogni mattina ognuno di noi si deve guadare nello specchio, cerchiamo di essere sempre fieri del nostro impegno a provare a migliorare e di non esserlo mai tanto da essere tentati di smettere di migliorarci.




