Superare la timidezza

Sep 3rd, 2011 | By | Category: filosofia

Chi soffre di timidezza non lo dirà, se lo dicesse sarebbe già un gesto di apertura e un segno di risoluzione verso il mondo esterno. Per questo forse non ci si rende conto di quanta gente soffre di timidezza. Semplicemente non lo dicono. Non agitano bandiere, non indossano magliette o cappellini con scritte: “baciami, perché io sono troppo timido per farlo”. Oppure “Non giudicarmi per quello che mostro, sono semplicemente timido”.

Si legge spesso in giro su come superare la timidezza, e anche in questa sede si vuole provare lo stesso tentativo ma da un lato differente. Quello che si trova in giro è una cura del sintomo. Come a dire “hai il raffreddore? Prendi questa pastiglia”. Se però la timidezza non è stata ancora debellata è forse perché la questione è un po’ meno semplice di quanto vogliono fare credere.

Io ero timido, quindi conosco il problema in prima persona e sono anche consapevole della soluzione. Ma la mia soluzione non è applicabile con tutti quanti, ed è questo forse che differenzia di più il seguito, la voglia di accettare la questione in linea generale, senza per forza connotarla in modo personale, come spesso si fa. Dicendo soltanto come ho risolto IO aiuterei solo chi è molto simile a me, gli altri non potrebbero farsene niente, anzi, fallendo, si sentirebbero ancora più piccoli.
Me la prenderò con molta, con questo tema, sapendo che le persone timide hanno una grande pazienza e una grande perseveranza. D’altronde non avrebbe alcun senso che questo testo lo leggesse qualcun altro. Sistemiamoci comodi e procediamo nel viaggio.

La parte più semplice e lunga è definire la timidezza. Ma è anche la parte più importante, perché solo comprendendo la vera natura della timidezza si potrà procedere con un po’ di sicurezza, e addentrarci sempre più profondamente nella comprensione della situazione.

Non ho detto addentrarci nel problema, perché in effetti la timidezza non è un vero problema. La timidezza ha degli effetti spiacevoli, delle conseguenze che si preferirebbero evitare, ma non iniziamo a trattarla come un problema, teniamo ancora la mente aperta e analizziamo la questione senza giudizi affrettati.

Concediamoci quindi il lusso di guardare alla situazione senza giudicare, teniamo le dita al loro posto, senza che puntino qualcuno o qualcosa, senza accusare o voler mettere qualcuno o qualcosa sulla forca. Semplicemente guardando, cosa possiamo dire della timidezza?. Nulla.

La persona timida sembra non reagire al mondo esterno, ci sono quando va bene dei segnali del linguaggio del corpo che “parlano”. Arrossamento delle gote, pugni che si stringono, labbra serrate, labbra arrossate, spalle ricurve, testa bassa, i casi sono tantissimi e non c’è un solo segnale che si possa individuare, anche perché non c’è un solo messaggio che in questo segnale trovi raffigurazione.

Quello che possiamo però dire è che il mondo interagisce con il timido ma il timido non interagisce con il mondo.

La definizione che troviamo sui vari dizionari di timidezza è “carattere di chi è timido”. Ok, vediamo quindi cosa dicono per definire chi è timido.

  • Che è incline a intimorirsi, a spaventarsi
  • Di chi è privo di audacia, di disinvoltura, di scioltezza
  • Che ha timore; che è poco coraggioso; che è impacciato, poco disinvolto
  • Che prova soggezione di fronte agli altri; che si mostra impacciato, insicuro o troppo riservato

L’etimologia della parola “timido”, deriva dalla parola latina “timidus” da “timere” temere, aver paura. Ma è questa la vera natura della timidezza. Si può esaurire tutto qui?.

Ritorniamo per un attimo all’osservazione. Questa ci garantisce, con piccoli ma significativi dati, che il timido prova emozioni, il mondo ha interagito con lui e lui è stato colpito. La sua reazione si può intravedere nel linguaggio del corpo. Una frase o un complimento detto e le gote si arrossano per l’emozione, ma non escono frasi di alcun genere. Una frase o un gesto colpiscono e le labbra si serrano dalla rabbia, i pugni si stringono, gli occhi per un attimo si sgranano, ma niente azioni, niente frasi. Questo quando va bene. Quando le frasi che seguono non sono vuote, sterili, quando recitano meravigliosamente la parte dell’uomo comune.

I casi sono tantissimi. Limitiamoci a osservare per adesso che il mondo ha interagito con il timido e il timido ha sviluppato una reazione che non si manifesta verbalmente o con le azioni.

Questo vuole dire che questa reazione non ci sia? Assolutamente no.

Il mondo ha interagito con il timido e lui ha reagito, la sua reazione invece di essere rivolta all’esterno è rivolta all’interno di se stesso.

Il timido ha fortissime emozioni, milioni di pensieri, ha spesso un dialogo costante con se stesso e questo proprio perché è in se stesso che vengono riversate tutte le reazioni.

Possiamo quindi dire che il timido è sempre un introverso.

Quello che viene emesso all’esterno è sempre sottoposto ad un filtro. Pertanto non ci lasciamo ingannare da personalità che sembrano socievoli, o che sembrano gentili e semplicemente tranquille. La timidezza è qualcosa di non sempre visibile, è uno stato interiore molto specifico, che può essere completamente camuffato.

Procediamo.

Il mondo interagisce con il timido, il timido reagisce internamente ed elabora una reazione esterna. Questa reazione può essere il restare immobile, senza esprimere niente o l’espressione di qualcosa. Questo qualcosa è spesso una “reazione calcolata”. Ovvero l’elaborazione della reazione più consona in un determinato contesto.

Lasciamo però per un attimo stare l’analisi della reazione. Ci basta sapere che questa è una elaborazione ed è conseguente alla reazione sviluppata all’interno. A questo punto dobbiamo farci la grande domanda. Perché?

Perché quando il mondo stimola il timido, il timido non reagisce?

La risposta ce la da l’etimologia: non reagisce per paura.

La risposta però non è abbastanza grassa. Non si capisce bene. Paura di cosa?

Non si può avere paura senza che questa sia indirizzata a qualcosa, a meno che non sia un senso di angoscia. Troviamo forse questo senso di angoscia, perennemente attivo nel timido, No.

La paura è in questo caso una paura specifica. E’ paura delle conseguenze.

Il mondo stimola il timido, e il timido reagisce all’interno di se, perché ha paura delle conseguenze che accadrebbero se lui reagisse contro il mondo.

Quali sono queste conseguenze? Qui casca l’asino.

Potrei dire quali sono state per me le conseguenze, potrei dire quali sono per alcune persone timide che ho conosciuto, ma non si può dire, a mio avviso, in modo generale quali siano queste. Si può però dire che cosa riguardino. Riguardano il ripresentarsi di una emozione negativa che è stata collegata a quella conseguenza iniziale che ha creato l’associazione.

Questo significa che nel passato del timido c’è stata una azione, alla quale è conseguita una reazione. Questa reazione ha provocato una emozione negativa. Non sono quindi le conseguenze dei fenomeni che avvengono a creare il blocco, ma è la paura di provare nuovamente quella sensazione.

Questo avviene quando la sensazione è stata molto forte. Questo genere di sensazioni così forti sono sempre legate ad una ferita interiore, tanto grande che resta aperta per molto tempo. Si crea quindi un sistema atto a proteggere quell’area danneggiata e ogni situazione simile, che quindi potrebbe andare a toccare quella zona, sarà trattata come fosse della stessa natura del trauma originario.

Come se io mi fossi rotto una gamba saltando giù da un elicottero, e la gamba non fosse guarita velocemente, avrò timore di farmi male con qualsiasi cosa mi faccia utilizzare quella gamba. Non solo nei piccoli o grandi salti. Se mi fossi rotto un mignolo, potrò scrivere al computer utilizzando le altre dita senza paura di farmi male ma non potrò certo battere il pugno sul tavolo.

Più tempo passa prima della guarigione del trauma, più si stratificheranno le difese. Più ampia sarà la zona del trauma e più spesso si attiveranno le difese.

Se infatti facciamo un parallelismo con il corpo umano, se la mia ferita è localizzata in un piccolo punto, come fosse un neo. Attiverò le difese solo quando ci sono dei pericoli nelle sue vicinanze, ma essendo un punto piccolo è meno probabile che venga preso in causa quanto una zona più estesa, come magari un braccio o una gamba. Dall’altro lato se passa molto tempo prima che guarisca, io avrò utilizzato le difese per così tanto tempo che diventeranno automatismi che ci metteranno molto tempo per essere dimenticati.

Il concetto generale è quindi che, il mondo interagisce con il timido, il timido ha paura che la sua reazione potrebbe innescare delle conseguenze negative. Controlla quindi bene come reagire, per evitare che queste conseguenze si verifichino. Queste conseguenze che teme sono determinate emozioni negative, che richiamano una grande emozione negativa passata.

Io posso avere paura di scottarmi, ma avrò terrore di scottarmi solo se una volta mi sono scottato. Quindi c’è un primo abbinamento stimolo-reazione a cui si rimanda. Il timido dice (inconsciamente) “non voglio più subire quella conseguenza, devo evitarla e visto che non posso controllare la fonte farò in modo di controllare i dati che immetto nel mondo”.

Procediamo adesso con lo spiegare la paura delle conseguenze.

Il mondo stimola il timido nei panni di una persona,o più persone. Queste persone non sono incluse nella “lista amici” del timido, con questi amici non ha quindi paura delle conseguenze. Cosa si intende con “lista amici”?

Nessun timido è tale con tutti quanti, ci sono delle persone che lui reputa innocue con le quali lui riporta all’esterno la sua reazione interna e con le quali lui è tranquillo. Quelle persone non sono reputate capaci di provocare lo stato emotivo doloroso.

Con gli altri invece, quelli che potrebbero innescare lo stato negativo, ci si trattiene per cercare di evitare l’emozione negativa, la conseguenza delle proprie azioni.

Queste conseguenze possono presentarsi sotto diverse forme, non li vogliamo includere tutti ma cerchiamo di riportare delle frasi che possono trovarsi nella mente del timido:

cosa penserebbero di me?

cosa direbbero di me?

mi prenderebbero in giro

sarei bollato a vita

mi picchierebbero

mi escluderebbero

sarei considerato uno scemo

sarei considerata una zoccola

sarei considerato uno sfigato

sarei considerato “ x “

non sarei più considerato intelligente

non sarei più considerato bravo a fare questo

non sarei più considerato “ x “

non mi farebbero più la corte

non mi guarderebbero più in quel modo

non mi aiuterebbero più a fare i compiti

non mi aiuterebbero p con i miei problemi

non mi darebbero più “x “

Potrei andare avanti per chilometri e ancora tutti i casi non verrebbero mai esauriti. Si vede però già qualcosa, una linea generale che è il rapporto con gli altri. Gli altri visti come entità, come ammasso di gente, che si conoscano poco o molto non importa, l’atteggiamento di paura delle conseguenze è lo stesso. Il timido conosce troppo poco l’altro, troppo poco per poter calcolare le conseguenze, e di queste conseguenze ha un terrore paralizzante. Gli altri però fanno parte del mondo, questo mondo al quale il timido non partecipa. E di questo mondo vorrebbe molto fare parte.

Molti non lo dicono, anzi, è più facile che non lo dicano nemmeno a se stessi, che inizino ad odiare questo mondo al quale non riescono ad accedere, che la paura inizi a espandersi e abbracciare tutto. Ma facciamo un passo indietro. Cerchiamo trovare un filo per muoverci.

Il mondo stimola il timido, il timido reagisce all’interno di se per paura delle conseguenze e quindi riversa dentro di se la reazione, e produce un elaborato da offrire all’esterno. Questo elaborato sarà la diretta conseguenza della sua paura.

Se il timido avrà paura di essere preso in giro dirà qualcosa che in quella situazione lui pensa adeguata e non passibile di ilarità generale. Se avrà paura di essere picchiato, quindi di una reazione violenta dell’altro, dirà qualcosa che pacificherà gli animi. Se ancora avrà paura di essere considerato un omosessuale, dirà qualcosa di forte o volgare. La sua vera reazione però è immediata ed è stata completamente interiorizzata.

Come possiamo comprendere meglio la paura delle conseguenze? Abbiamo detto che si teme il ripresentarsi di un’emozione che è stata legata ad un trauma, questo trauma però varia da persona a persona. Possiamo certo cercare di generalizzare qualche insieme standard, il trauma potrebbe essere legato all’accettazione, quindi all’essere parte di un’insieme, quindi parte di un gruppo, parte di una relazione. Essere quindi incluso, non essere solo. Il trauma ancora potrebbe essere legato ad un giudizio, essere quindi bollato in questo o in quell’altro modo, giudicato in modo negativo, sminuito. Ancora il trauma potrebbe essere quello di essere umiliati e sentirsi falliti e inutili, inadeguati e inferiori agli altri, di sentirsi impotenti e non compresi, alieni ai gruppi di persone, e ai singoli che si conoscono.

Non si può cercare un singolo motivo, ognuno avrà avuto la sua botta, la chiave di volta per poter divincolarsi da questo circolo è però una, uguale in tutti i casi.

Quello che accomuna tutti i casi è infatti l’essere stati feriti da un elemento a cui si attribuiva valore. Nello specifico, a cui si attribuiva un valore superiore a quello che era stato attribuito a se stessi. Quindi una persona o gruppo, a cui si attribuiva un valore superiore, ha compiuto un evento (azione o parola o gesto) che ha ferito l’animo del timido, questa ferita ha creato un’emozione negativa.

Risulta chiaro subito un concetto: “ se non si fosse tenuto in così grande conto quella persona o gruppo non ci sarebbe stato il trauma”. Nello specifico.

L’evento doloroso è direttamente proporzionale alla differenza di valore tra il gruppo e se. Ne consegue che il trauma stesso è il risultato di questi rapporti.

Il primo punto su cui intervenire è quindi comprendere l’equazione su cui si basa l’autostima. Considerando che noi stimiamo i nostri simili con le stesse regole con cui stimiamo noi stessi. Utilizziamo invece regole diverse per l’altro sesso.

Ho dedicato uno speciale articolo alla trattazione sistematica di questo argomento e rimando quindi la lettura per la comprensione approfondita di quel tema (approfondimento qui – comprendere l’autostima - )

Sinteticamente diciamo che ci sono delle variabili più importanti e delle variabili meno importanti. Per esempio io posso valutare come variabili fondamentali in un uomo la sua intelligenza, la sua morale, l’impatto che le sue azioni hanno sugli altri, la sua forma fisica e il suo posto di lavoro. Se queste sono le mie variabili principali, io giudicherò me stesso e gli altri uomini in base al voto dato su queste. La somma di queste variabili avrà un moltiplicatore relativo al loro grado di importanza.

Facciamo quindi un ipotesi, io incontro Fabrizio, lo valuto (da -100 a +100) come segue: intelligenza 60, morale 40, impatto -10, fisico 60, lavoro 20, moltiplicatore di categorie x5. Abbiamo 300+200-50+300+100 = 850.

Quanto valuto per le stesse categorie me stesso? Facciamo lo stesso discorso e procedo quindi a dare un voto a me stesso sulle stesse categorie che per me sono fondamentali negli uomini. valuto (da -100 a +100) come segue: intelligenza 80, morale 80, impatto 40, fisico 60, lavoro 40, moltiplicatore di categorie x5. Abbiamo 400+400+200+300+200 = 1500.

Il voto che ho dato a me stesso è 1500, il voto che ho dato a lui è 850. Se questa persona dovesse dirmi che sono un fallito, che sono una persona schifosa, che sono brutto, che sono un miserabile. Se dovesse dirmi che non vorrà essere mio amico, che non merito di vivere, che dovrei essere sterilizzato per non sporcare il mondo con la mia progenie… etc etc. Io ne soffrirei forse? Certo che no. Mi infastidirebbe, mi potrebbe fare arrabbiare magari, ma da una persona che per me vale molto poco io certo non mi lascio imbambolare. Nessuno lo fa.

Ma se i voti fossero differenti? Se Fabrizio valesse per me 2000 ed io valessi 20? Allora lui per me avrebbe (per i miei valori) un valore altissimo, ed io (per gli stessi valori) sarei una nullità. La differenza tra me e lui sarebbe enorme e lui avrebbe tutta la mia ammirazione. Un giudizio negativo come quelli sopra mi farebbero soffrire, perché lui sarebbe “qualificato” ai miei stessi occhi. Se non lo fosse non avrebbe quel punteggio, visto che io stesso ho creato quell’equazione.

Non andiamo oltre su questa strada, perché le cose si complicherebbero troppo, chi vuole si potrà andare a leggere tutto il trattato sull’equazione personale.(comprendere l’autostima)

In questa sede diamo soltanto la soluzione base fondamentale, che è la seguente. E’ necessario rendere consapevole la distribuzione delle variabili nelle diverse categorie ed accettare la realtà dell’equazione personale. Bisogna quindi guardarsi dentro e intorno. Capire quali sono i motivi per cui invidiamo il prossimo, cosa vorremmo per noi delle varie persone che ci circondano e definire questa equazione. Impariamo quindi bene a valutare noi stessi, e impariamo quali sono i campi che più sono importanti.

Da questo punto ci sono molti passi in avanti che possiamo fare. Si può infatti aumentare il proprio punteggio lavorando per migliorare quelle che sono le categorie fondamentali. Senza giudicare sbagliato o giusto, solo aumentando dove per noi è importante. Il fisico è una questione rilevante. Ok, si va a migliorarlo. Il posto di lavoro è importante, si troverà di meglio o si faranno corsi per poter accedere a lavori migliori.

Mentre si lavora su queste cose si può cercare di ragionare se è veramente giusto che quelle cose siano così importanti. Questo però è parte del cammino di evoluzione di ciascuno. Non basta semplicemente dire “questa variabile voglio che sia poco importante”. Se per te avere una bella macchina potente è una cosa importante, non basterà dire “non voglio che sia importante”. Puoi dirlo ma continuerai comunque a sospirare ad ogni ferrari che passa di fianco, e continuerai a guardare in modo diverso un uomo che scende da una porsche da un uomo che scende da una panda.

Comprendere il proprio valore e lavorare per aumentarlo servirà anche con le donne. Infatti (e anche questo è spiegato passo passo nel comprendere l’autostima). Si valuta una donna con un’equazione in cui la bellezza estetica relativa è un valore preponderante. Quella singola variabile (e poco altro), produce un punteggio verso il quale si prova un senso di inferiorità. Comprendere bene quell’equazione porta a cambiare i punteggi in tavola e a permettere un rapporto più alla pari.

Dopo aver compreso l’equazione dell’autostima si avrà una diminuzione della resistenza ad agire. Ma anche se il trauma originario fosse guarito ci sarebbe sempre l’abitudine alla difesa che entra in gioco in modo automatico.

Avevamo infatti già detto che il tempo di guarigione porta ad un aumento del tempo di difesa. Si crea però spesso un cortocircuito particolare, ovvero la zona del trauma viene difesa tanto bene che non viene più toccata. Quindi non c’è più modo di verificare se sia guarita o meno e la reazione diviene quindi fissa.

Questo succede per vari motivi e in vari modi, ma la genesi di questo fenomeno non aiuta in alcun modo a prevenirlo o a risolverlo, è infatti un meccanismo inconscio e automatico che non si risolve in nessun modo automatico.

Come si risolve? Si risolve con un salto più corto della gamba.

Una volta tanto facciamo prima la spiegazione con un esempio e dopo passiamo alla teoria. Ipotizziamo che io voglia provare a parlare con una ragazza bellissima che vedo ogni giorno sulla metropolitana. Lei è la classica tipa “mifacciounpaccodicazzimiei” con stereo nelle orecchie e libro in mano, che non guarda nessuno e non da alcun appiglio per poterci provare. Una fortezza inespugnabile. Io penso ai vari modi, ma nella mente mi vengono in mente solo possibili figure di merda, mi viene in mente come mi sentirò ad essere rifiutato per l’ennesima volta. Mi vedo davanti i suoi occhi che mi guardano con disgusto e la bocca arricciata dal fastidio che le sto creando. Mi blocco e non agisco.

Come potrò mai io superare questo blocco? Iniziamo a dare un numero a questo blocco, diciamo quanto vale questa resistenza da 0 a 1000, vale 800. Diciamo ora cosa potrebbe essere 1000. 1000 potrebbe essere fare una dichiarazione d’amore alla donna che più amo e che penso sia più fantastica, una dichiarazione fatta in mondovisione mentre sono ricoperto di pece e piume, e il suo rifiuto mi farebbe diventare lo zimbello di tutto il pianeta per tutti i tempi, con un due di picche tatuato sulla fronte per punizione. Ora vediamo cosa sarebbe lo 0, magari lo zero potrebbe essere chiedere a mio fratello “come stai?”. Come posso fare a superare una resistenza 800? Facendo allenamento. Allora vado magari in centro e vedo una ragazza carina che parla con una sua amica, e sto quasi per dire qualcosa ma poi mi tornano i soliti pensieri e mi blocco. Resistenza 600, ed è ancora troppo. Scendo ancora, Vado in un parco e vedo un vecchietto che da da mangiare agli uccellini e gli chiedo “scusi, sa che ore sono?” lui mi dice “le 12.20”. Ok ora so che una resistenza 50 la riesco a gestire. Cercherò quindi di trovare delle cose che siano più di 50 e meno di 600, per trovare finalmente il mio livello attuale. Ipotizziamo che sia 150.

Praticherò quindi con sistematicità quel 150, e cercherò delle piccole variazioni che leggermente ne aumentino il valore. Pratica costante e con piccole variazioni porta a ripristinare la capacità di relazionarsi. Basta ricordare questi piccoli accorgimenti.

  1. Cercare di individuare il limite di resistenza. Si ha resistenza quando si è a disagio, non solo quando l’azione è bloccata. Sotto il punto di resistenza si è a proprio agio e l’emozione che creava il blocco scorre come normale energia.
  2. Praticare con costanza, si tratta di una sorta di fisioterapia del comportamento, e la costanza è di cruciale importanza per riprendere l’adattabilità al rapporto.
  3. Aumentare il livello di resistenza ogni volta che ci si trova in completo agio con una nuova resistenza, aumentare in modo graduale e senza fare salti da gigante, più sono piccoli i passi e prima si arriverà alla meta.
  4. Tenete sempre in considerazione (consapevole) il valore di stima della persona o gruppo con la quale state interagendo e ovviamente anche il vostro valore, analizzate di volta in volta su cosa questo si basa e da dove trae la sua forza.

Da un punto di vista teorico possiamo dire che la distanza tra la resistenza e la forza è risolta con la suddivisione della stessa in un numero di parti che è inversamente proporzionale. Di modo che maggiore sarà la differenza tra la propria forza e la resistenza che vorremmo superare e maggiori saranno i segmenti in cui dovremo dividere questa distanza.

L’unica difficoltà è avere un po’ di fantasia e riuscire a trovare quelle piccole differenze che permettono di aumentare in modo molto graduale. Trovate quelle, il lavoro sarà semplice e divertente.

 

 

Quindi, cerchiamo di fare un punto conclusivo della situazione. C’è stato un primo trauma, che ha generato una paura del verificarsi di una determinata emozione T. Questa emozione è la conseguenza di un dato esterno, proveniente da una fonte che noi abbiamo convalidato e che reputiamo di valore superiore al nostro. Non possiamo controllare la fonte, quindi controlleremo la parte di dati che noi immettiamo nel mondo. In modo che il mondo stimola il timido, il timido controlla la reazione che viene svolta internamente e poi riporta all’esterno una reazione calcolata. In questo modo controllando la sua reazione cerca di evitare che la fonte esterna possa causare nuovamente una emozione T. Maggiore sarà la distanza di valore tra la fonte e la persona, maggiore sarà la paura di essere feriti e quindi maggiore il controllo della reazione. La soluzione proposta è una serie di operazioni, che vanno ad agire sui vari punti del meccanismo per limitarli e permettere uno stato risolutivo ideale.

Lo stato risolutivo ideale è il mondo che stimola il timido, il timido interiorizza la reazione e poi la riporta all’esterno in modo autentico. La reazione di introversione è raramente risolvibile essendo immediata, ma si può recuperare l’autenticità con una azione volontaria di ricostruzione veritiera all’esterno.

Questo risultato si ottiene con la consapevolezza del sistema che si utilizza per valutare se stessi e gli altri, questo permetterà di poter migliorare l’equazione personale, e di poter aumentare in modo efficace i valori più importanti. A questo viene affiancato un lavoro di allenamento graduale di quelle zone che sono state protette da tutto e quindi oramai atrofizzate. Con una super gradazione della scala, e quindi una suddivisione in infiniti intervalli, si può trovare per ogni essere umano un punto di inizio sereno e un modo di procedere gestibile.

Ultimo avvertimento. State alla larga dalla ricerca di approvazione nel prossimo, dal voler impressionare, dal cercare pacche sulla spalla e complimenti. Quando avete quel tipo di atteggiamento vi state automaticamente ponendo in inferiorità, state dando al prossimo la possibilità di dirvi “bravo o cattivo”. Non siete delle miss che sculettano su una passerella davanti ai giudici, in attesa che alzino al paletta con il numero 10. Il lato positivo è che basta evitare di sculettare su quella passerella per risolvere il problema. Se infatti uno arrivasse da me e mi sventolasse la paletta con il numero 10 o con il numero 1 la mia reazione sarebbe la stessa. Penserei “ma chi ti ha chiesto niente!?” e poi direi:”ma chi ti ha chiesto niente!?”.

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